La Cooperazione sociale tra Covid19 e nuove sfide: l’esperienza di Bonfini e del Pungiglione

Stiamo scrivendo una nuova storia della Cooperazione Sociale.

Siamo la penna di questo tempo. Penna che non poteva restare chiusa in un astuccio e non scrivere questa storia da protagonista.

Dal 6 marzo il nostro modo di lavorare è cambiato, senza avere il tempo di prepararci. Nessun testo universitario ci ha preparato ad una pandemia. Nessuna possibilità di scelta. Dal 6 marzo si lavora con mascherina, guanti, tuta, camice e a volte per alcune funzioni anche con gli occhialetti. Le barriere visive ci sono tutte. Inoltre, con una distanza sociale di un metro dalle persone.

L’essere famiglia ed allo stesso tempo agenti di cambiamento all’interno di un percorso professionale ed in una comunità di cui siamo parte, ed in cui vogliamo continuare a dire ed a fare il nostro anche in questa fase di emergenza.

Come possiamo continuare a mantenere in vita questo processo? Questi i pensieri nella notte tra il 5 ed il 6 marzo che ci stanno ancora accompagnando.

Il 6 marzo con mascherina e guanti ci siamo riuniti in forma assembleare, come ci appartiene fare quando dobbiamo condividere una notizia in Casa Famiglia. Abbiamo spiegato a Giuliana, Roberta, Giancarlo, Amerigo, Flavio e tutti loro che in Italia e nel resto del mondo, c’è un virus potente dal nome Coronavirus.

Un Virus che, da ora in poi e per un bel po’ di tempo, ci costringerà a stare in servizio con i guanti e le mascherine. Abbiamo condiviso che non ci potranno essere più abbracci, abbiamo iniziato a aprire le braccia e misurato la distanza di un metro tra di noi. Un metro forse è poco. Con la mascherina i nostri occhi possono parlarsi e le mani possono toccarsi.

Quel 6 marzo per noi è stata una giornata lavorativa molto lunga. Fatta di mille paure e mille attenzioni. La mascherina una barriera a quel lavoro costruito in tanti anni. Le nostre labbra non rappresentano solo il sorriso, caratterizzano l’espressione di un volto e la possibilità di entrare in comunicazione con l’altro. Dal mento al naso, la maggior parte del volto è coperta. Giuliana, Roberta, Giancarlo e tutti gli altri non possono leggerci dal volto, ma solo dal tono della voce.

Ci stupiscono, sono loro che mettono in atto nuovi sistemi di comunicazione. Tutto ciò che rimane libero nel corpo e che non ha una barriera – che sta nella distanza di un metro – può entrare in contatto. Le punte dei piedi. Una carezza con il piede diventa il saluto del mattino. È quel bacio mancato di cui non si può fare a meno. Noi non ci avevamo pensato. È una tenerezza di cui non si poteva fare a meno. I tecnici traducono ciò in un comportamento che rientra nella comunicazione non verbale. Questo, però, non è il tempo del tecnicismo.

È il tempo dell’ascolto dell’apprendimento che viene dalle persone con cui lavoriamo. Sono loro che ci stanno insegnando le nuove modalità. Sono loro che abbassano il livello della paura.

Di lavoro sociale non se ne sta parlando, ma credo che quello che sta accadendo in questo tempo lo dovremmo utilizzare per ridefinire la visione politica di comunità; si deve partire dal basso. Il basso va osservato, ascoltato per poi disegnare le comunità e le città del Noi. Un Noi che va recuperato dentro la cooperazione sociale, che può rappresentare l’elemento di connessione con la comunità.

Una presidente in ascolto.

Claudia Bonfini
(Coop. sociale Il Pungiglione)

(RE)Start & POP - Vocabolario per un Mondo nuovo Previous Post
“(RE)Start & POP - Vocabolario per un Mondo nuovo” il 28 aprile, alle ore 17.30 Next Post