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Il Parlamento europeo e la mia non estinzione mi sembrano un miracolo. Discorso integrale di Liliana Segre

“Siate farfalle che volano sopra il filo spinato”. Un messaggio, un compito per tutti che Liliana Segre ha trasmesso durante il suo discorso all’Europarlamento. In un’epoca in cui si inneggiano muri, è importante imparare a volare oltre.
Un discorso da ascoltare, da tramandare, da leggere.

“Devo per forza cominciare con i ringraziamenti: il mio amico Sassoli che mi ha invitato e tutto il Parlamento. Vorrei anche salutare i parlamentari inglesi che ci stanno lasciando con grande dispiacere di tutti e non nascondere l’emozione profonda,entrare in questo Parlamento europeo dopo aver visto all’ingresso le bandiere, le bandiere colorate di tanti Stati affratellati nel Parlamento europeo, dove si parla, si discute, ci si guarda negli occhi.

Non è stato sempre così e la giornata del 27 di gennaio è una giornata a volte ripetuta troppo, ritenuta “basta,ancora parlare di 27 gennaio” dando al 27 di gennaio un’importanza che in fondo non è che Auschwitz era stato liberato quel giorno, l’armata rossa è entrata, ed è molto bella la descrizione che fa Primo Levi nella “Tregua”, di questi quattro soldati russi che aprono, e si trovano davanti senza liberare niente, perché i nazisti erano già scappati da tanti giorni, e si trovano di fronte questo spettacolo incredibile al momento ai loro occhi, poi più tardi, molto più tardi diventò uno spettacolo incredibile per chi lo volle guardare, (qualcuno non lo vuole guardare neanche adesso dice che non è vero) e lo stupore, lo stupore per il male altrui, sono queste parole straordinarie di Primo Levi, perché questo stupore per il male altrui nessuno che è stato prigioniero ad Auschwitz l’ha potuto mai dimenticare un secondo della sua vita. Lo stupore perché altre persone che non sono pazze, che provengono da un mondo lontano, ma sono tuoi fratelli europei, hanno pensato per te. 

Ma il 27 di gennaio, io avevo allora 13 anni, ed ero operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union, fabbrica che c’è tuttora (dove facevamo bossoli per mitragliatrice) di colpo, in fabbrica dopo che avevamo sentito scoppi lontani, perché lavoravamo nella città  Auschwitz e sentivamo e sapevamo che le cose stavano succedendo a Birkenau, dove ero stata fino a pochissimo prima, e venne il comando immediato, dalla fabbrica stessa di cominciare quella che fu chiamata la “Marcia della morte”

Perché io non fui liberata il 27 di gennaio dall’armata russa.

Io facevo parte di quel gruppo di più di 50.000 prigionieri ancora in vita e che eravamo stati obbligati in quelle condizioni fisiche, senza parlare di che cosa erano quelle psichiche, di cominciare quella marcia, che durò mesi e di cui si parla pochissimo, la Marcia della morte e che io quando parlo nelle scuole da nonna, come parlo da nonna da 30 anni a questa parte, dico che ognuno deve una gamba davanti all’altra nella vita, non appoggiarsi mai a nessuno, perchè nella Marcia della morte non potevamo appoggiarci al compagno vicino che si trascinava sulla neve coi piedi piagati come noi e che veniva finito dalle guardie della scorta se fosse caduto, ucciso nessuno poteva rimanere lì su quelle strade, traversammo. 

Come si fa? 

Come si fa in quelle condizioni? 

Perché la forza della vita è straordinaria. È  questa che si deve trasmettere ai giovani di oggi che sono mortificati dalla mancanza di lavoro, mortificati dai vizi che ricevono dai loro genitori molli, per cui tutto è concesso mentre la vita non è così, la vita poi ti prepara a questa marcia, che deve diventare Marcia per la vita, e noi non volevamo morire, noi eravamo pazzamente attaccati alla vita, qualunque fosse, per cui una gamba davanti all’altra, buttarci sui letamai, mangiare qualunque schifezza, qualunque cosa, mangiare la neve dove non era sporcata dal sangue e non domandarci più nient’altro che andare avanti, camminare, camminare. 

Era il male altrui. 

Le finestre erano chiuse, traversammo. All’inizio fu Polonia, poi fu Germania e quando mesi e mesi dopo, dopo aver passato altri lager, altri orrori, altri mali, Ravensbruck, un jugendlager che si chiamava jugendlager perché in effetti eravamo giovani, ma sembravamo vecchi, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande, non si deve aver paura di queste parole perché è così che si toglie la dignità a una donna, è così. 

E abituate ormai a sopravvivere, perché c’era qualche cosa dentro di noi che ci diceva “avanti, avanti, avanti, avanti, avanti, avanti!”  e giorno dopo giorno, campo dopo campo, io mi ritrovai alla fine del mese di aprile del 1945 (pensate in quella situazione quanto era lontano il 27 di gennaio) quindi stato fisico, morte di compagne perdute in quelle marcia, rimaste lì senza potersi alzare, non soccorse mai da nessuno, perché nessuno aprì mai una finestra buttò un pezzo di pane.. c’era la paura era la paura che faceva sì che la scelta fosse di pochissimi.

Perché non si parla quasi mai di questi straordinari hanno fatto la scelta?

Si da per scontato che popoli interi siano stati colpevoli, perché non fu solo il popolo tedesco, fu tutta l’Europa occupata dai nazisti, non so parliamo della Francia, parliamo dell’Italia non so molto di altri Stati in cui i nostri vicini di casa furono degli aiuti straordinari per i nazisti. Parlo dell’Italia dove abbiamo visto purtroppo i nostri vicini di casa che ci denunciavano, che prendevano possesso del nostro appartamento, del nostro ufficio anche del cane qualche volte perché era un cane di razza.

Il cane era di razza

Questa parola razza, che ancora sentiamo dire e per questo dobbiamo combattere questo razzismo, questo razzismo strutturale che c’è ancora. La gente mi chiede “ma come mai ancora si parla di antisemitismo?”.

La gente mi domanda come se io fossi, va bene che sono vecchissima nel mio novantesimo anno di età, ma non sono quella che sa perché c’è ancora l’antisemitismo, perché ancora c’è il razzismo. Ma perché c’è sempre stato. 

Perché non c’era il momento politico per tirar fuori l’antisemitismo, il razzismo, che sono insiti nei poveri di spirito. Si, è così.

Ma poi arrivano i momenti, corsi e ricorsi storici. Arrivano i momenti più adatti, arrivano i momenti in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile di nuovo far finta di niente, è più facile guardare il proprio cortile, “ma è una cosa che non mi interessa”, “ma perché mi deve interessare” “non mi riguarda”.

E allora tutti quelli che approfittano di questa situazione, trovano il terreno adatto per farsi avanti. 

Ora, la guerra non si fermò, come sappiamo e prima di esser stata liberata dagli alleati nel nord della Germania, arrivò il 1 maggio del 1945. La condizione degli ebrei, fu analoga, nei Paesi occupati, alleati dei nazisti, fu analoga di fatto se non di diritto: quelli erano stati e si erano profondamente sentiti gli ebrei di allora, cittadini, patrioti, tedeschi, italiani, francesi, ungheresi, si erano battuti nelle guerre (io mi ricordo mio padre e mio zio che erano stati ufficiali nella Prima guerra mondiale).

Quanti ebrei tedeschi piangevano, si suicidarono perché si sentivano tedeschi più di ogni altra cosa. 

E questa espulsione dalle comunità nazionali fu dolorosissima, fu qualche cosa che andò molto di aldilà delle leggi, perché era appunto, era il tuo vicino di casa, io una bambina diventata invisibile. E questo mi è successo, che subito dopo la guerra, quando io per caso rimasi viva e tornai nella mia Milano con le macerie ancora fumanti, incontrai delle mie compagne di scuola che non mi avevano visto più, perché nel 1938 io avrei dovuto fare la terza elementare, ero evidentemente un pericolo molto grave sia per i fascisti che per i nazisti, per cui decisero che i bambini ebrei di quella piccola comunità degli ebrei italiani, poche 38000, 400000 persone, quindi una piccola comunità che fu vittima almeno per ⅓ della Shoah, era assolutamente introdotta nella società, non si sentiva assolutamente diversa e queste compagne rincontrate dopo 3-4 anni mi dissero “ma tu Segre dove sei andata a finire che non ti abbiamo più vista a scuola?”. 

Io ero una ragazza ferita, io ero una ragazza selvaggia, ero una ragazza che non sapeva più mangiare con la forchetta e il coltello perché ancora ero abituata a mangiare come le bestie e come tale ero bulimica, e come tale ero anche disgustosa, e come tale ero criticata anche da quelle che mi volevano bene e volevano di nuovo la ragazza borghese con la buona educazione familiare.

È difficile ricordare queste cose e devo dire che da trent’anni io parlo nelle scuole e sento ormai come una difficoltà psichica molto forte,di continuare  anche se il mio dovere è questo, sarebbe questo fino alla morte, visto che io ho visto quei colori, ho sentito quegli odori, ho sentito quelle urla, ho incontrato delle persone in quella Babele di lingue che oggi non posso che ricordare, qui dove tante lingue si incontrano in pace, perché era possibile comunicare con le compagne che venivano da tutta l’Europa occupata dai nazisti, solo trovando delle parole comuni, perché sennò la solitudine assoluta del silenzio di non poter scambiare una parola con l’altro, derivava da qualche isolamento ancestrale delle comunità che non si erano riunita in parlamenti, visto che l’Europa da secoli litigava in modo spaventoso (chiunque abbia studiato la storia che è da adesso, da 75 anni, un periodo assolutamente incredibile mentre tutto il passato ha fatto sì che a volte i popoli non si conoscessero). 

E le bandiere fuori che ricordavo all’inizio, mi hanno fatto proprio ricordare quel desiderio di trovare con le olandesi, con le francesi, con le polacche, con le tedesche, con le ungheresi una parola comune. Ad esempio io dell’ungherese ho imparato una sola parola che era “pane”, ”kenyèr” si dice in ungherese, ed è la parola principale che vuol dire fame, ma che vuol dire anche sacralità di una cosa che viene sprecata oggi senza neanche guardare cosa si butta via.

E allora io da tre anni almeno sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata, mentre oggi sono una vecchia di novant’anni, non mi danno pace, non mi danno pace perchè da che sono diventata nonna io, trentadue anni fa, di mio nipote, uno dei miei tre nipoti per fortuna e ho tre oltre che tre meravigliosi figli è che il Parlamento europeo è la non mia estinzione, mi sembrano in questo momento lo stesso miracolo, non so se sbaglio, immodestamente

Quella ragazzina lì, quella ragazzina lì che ha fatto la marcia della morte, quella lì che ha brucato nei letamai, quella lì che non piangeva più, che cercava la parola comune, quella lì è un’altra da me. 

Io sono la nonna di me stessa, sono una nonna, che quando mi rivolgo ai miei nipoti che hanno un dispiacere d’amore o di studio o di mancato raggiungimento di qualcosa che loro vorrebbero raggiungere, sono una nonna amorosa, sono una nonna molto presente, sono una nonna grata dal fatto di essere anche nonna, un miracolo eccezionale per una che doveva morire. 

Beh, io sono nonna anche di me stessa, ed è una sensazione che a volte non mi abbandona.

Quando io ho finito di parlare nelle scuole, e a volte io parlo a migliaia di ragazzi tutti insieme, due o tremila, e quindi è il mio dovere di testimone parlare e non posso che parlare di me e delle mie compagne, ma sono io che salto fuori, quella ragazzina magra, scheletrita, disperata, sola, e non la posso più sopportare perché sono la nonna di me stessa e sento che se non smetto di parlare e se non mi ritiro quel tempo che mi resta a ricordare da sola o a godere delle grandi gioie della mia figlia ritrovata, non lo potrò più fare comunque, perché non ce la farò più.

E quindi anche oggi fatico a ricordare, ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito e avere questa occasione per ricordare il male altrui, ma anche per ricordare che si può una gamba davanti all’altra essere come quella bambina di Terezin, che chi è andato a Praga o c’è già stato e ha visitato il Museo dei bambini che a Terezin potevano fare le recite o colorare coi pastelli, e che un giorno furono tutti deportati e uccisi ad Auschwitz per la colpa d’essere nati, perché erano bambini quindi non potevano aver fatto del male a nessuno, c’è una bambina di cui non ricordo il nome che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati

Io non avevo le matite colorate e forse non avevo e non ho mai avuto la fantasia meravigliosa della bambina di Terezin, che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che io vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali: che siano in grado di fare “la scelta” e con la loro responsabilità e con la loro coscienza essere sempre quella farfalla gialla che vola sempre sopra i fili spinati.”

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